Con l’arrivo dei Romani cambiano profondamente le modalità di produzione e di consumo.
Le comunità locali erano abituate a realizzare al proprio interno gran parte degli oggetti necessari alla vita quotidiana, soprattutto per soddisfare i bisogni primari. Accanto a queste produzioni esistevano forme di artigianato più ricercate, spesso influenzate dai contatti con il mondo greco e alimentate dagli scambi di merci e dal dono di oggetti preziosi, come manufatti in bronzo, ambra e avorio.
In età romana la produzione assume invece dimensioni molto più ampie e organizzate. Ceramiche, vetri e anfore vengono realizzati secondo modelli standardizzati e circolano lungo le vie commerciali dell’Impero. Anche quando gli oggetti vengono prodotti localmente, forme e tipologie rispondono a modelli diffusi su larga scala. La vita quotidiana del territorio di Vietri di Potenza si inserisce così in una rete economica e culturale molto più estesa, collegata ai principali centri del mondo romano.
I reperti rinvenuti nel territorio di Vietri di Potenza raccontano diversi aspetti della vita quotidiana in età romana: l’alimentazione, la cura del corpo, le attività agricole, gli scambi commerciali, l’architettura. Ceramiche, oggetti in vetro, strumenti in osso e stele funerarie permettono di ricostruire un quadro concreto delle comunità che abitavano le campagne e le ville rustiche del territorio.
Tra i materiali esposti nel museo è presente un frammento di terra sigillata proveniente dalla villa di Varco di Pietrastretta. Si tratta di una ceramica fine da mensa, riconoscibile per la caratteristica superficie rossa, spesso decorata con motivi impressi o a rilievo.
Diffusa a partire dal I secolo a.C., la terra sigillata sostituì progressivamente le precedenti ceramiche a vernice nera. La sua produzione era organizzata secondo modelli standardizzati e comprendeva soprattutto tazze, piatti da portata e recipienti destinati alla tavola. Tra i principali centri di produzione vi era Arezzo, in Toscana, celebre per la cosiddetta ceramica “aretina”.
Questi oggetti testimoniano l’inserimento del territorio di Vietri in una rete commerciale più ampia, collegata ai principali centri del mondo romano.
In età romana la lavorazione del vetro raggiunse un notevole livello di diffusione. L’introduzione della tecnica della soffiatura, sviluppata tra la tarda età repubblicana e la prima età imperiale, permise di realizzare rapidamente recipienti leggeri e dalle forme diverse.
Attraverso una lunga canna metallica, gli artigiani modellavano la massa fusa ottenendo bicchieri, ampolle, bottiglie e piccoli vasi. Il vetro poteva essere trasparente oppure colorato con sfumature verdi, azzurre, ambrate, gialle o porpora, a seconda dei minerali utilizzati durante la lavorazione.
La diffusione di questi oggetti anche nelle abitazioni rurali mostra come prodotti un tempo preziosi fossero diventati accessibili a una parte sempre più ampia della popolazione.
Nella villa rustica di Santa Venere sono stati rinvenuti una serie di aghi crinali in osso, utilizzati dalle donne romane per raccogliere e fissare i capelli.
Questi piccoli spilloni erano oggetti di uso quotidiano, ma potevano essere anche finemente lavorati. L’osso era un materiale facilmente reperibile e più economico rispetto all’avorio, riservato soprattutto agli oggetti di lusso.
Tra i reperti provenienti da Santa Venere si distingue un prezioso ago crinale con la parte terminale modellata a forma di busto femminile, oggi esposto presso il Museo Archeologico Nazionale di Muro Lucano.
Le stele funerarie erano monumenti destinati a ricordare i defunti e, quando conservate, le iscrizioni permettono di conoscere nomi, età e legami familiari.
Una delle stele, databile al I secolo d.C., (dal Varco di Pietrastretta) presenta un incavo rettangolare destinato all’iscrizione, ormai quasi completamente cancellata dagli agenti atmosferici. È collocata nel cortile di accesso al museo.
Una seconda stele in pietra locale, dalla forma trapezoidale, è esposta sul ballatoio della prima rampa di scale. Il riquadro destinato all’epigrafe appare privo di iscrizione, probabilmente perché l’opera non fu completata.
Tra i reperti di epoca romana rientrano anche strumenti legati alle attività agricole e produttive, come le macine utilizzate per la lavorazione dei cereali.
Questi oggetti testimoniano il ruolo centrale delle ville rustiche nell’economia del territorio: non semplici abitazioni di campagna, ma veri e propri centri di produzione, organizzati intorno alla coltivazione, all’allevamento e alla trasformazione dei prodotti agricoli.
Con l’arrivo dei Romani cambiano profondamente le modalità di produzione e di consumo. Le comunità locali erano abituate a realizzare al proprio interno gran parte degli oggetti necessari alla vita quotidiana, soprattutto per soddisfare i bisogni primari. Accanto a queste produzioni esistevano forme di artigianato più ricercate, spesso influenzate dai contatti con il mondo greco e alimentate dagli scambi di merci e dal dono di oggetti preziosi, come manufatti in bronzo, ambra e avorio.
In età romana la produzione assume invece dimensioni molto più ampie e organizzate. Ceramiche, vetri e anfore vengono realizzati secondo modelli standardizzati e circolano lungo le vie commerciali dell’Impero. Anche quando gli oggetti vengono prodotti localmente, forme e tipologie rispondono a modelli diffusi su larga scala. La vita quotidiana del territorio di Vietri si inserisce così in una rete economica e culturale molto più estesa, collegata ai principali centri del mondo romano.



I reperti rinvenuti nel territorio di Vietri di Potenza raccontano diversi aspetti della vita quotidiana in età romana: l’alimentazione, la cura del corpo, le attività agricole, gli scambi commerciali, l’architettura. Ceramiche, oggetti in vetro, strumenti in osso e stele funerarie permettono di ricostruire un quadro concreto delle comunità che abitavano le campagne e le ville rustiche del territorio.
Le ceramiche
Tra i materiali esposti nel museo è presente un frammento di terra sigillata proveniente dalla villa di Varco di Pietrastretta. Si tratta di una ceramica fine da mensa, riconoscibile per la caratteristica superficie rossa, spesso decorata con motivi impressi o a rilievo.
Diffusa a partire dal I secolo a.C., la terra sigillata sostituì progressivamente le precedenti ceramiche a vernice nera. La sua produzione era organizzata secondo modelli standardizzati e comprendeva soprattutto tazze, piatti da portata e recipienti destinati alla tavola. Tra i principali centri di produzione vi era Arezzo, in Toscana, celebre per la cosiddetta ceramica “aretina”.
Questi oggetti testimoniano l’inserimento del territorio di Vietri in una rete commerciale più ampia, collegata ai principali centri del mondo romano.
I vetri
In età romana la lavorazione del vetro raggiunse un notevole livello di diffusione. L’introduzione della tecnica della soffiatura, sviluppata tra la tarda età repubblicana e la prima età imperiale, permise di realizzare rapidamente recipienti leggeri e dalle forme diverse.
Attraverso una lunga canna metallica, gli artigiani modellavano la massa fusa ottenendo bicchieri, ampolle, bottiglie e piccoli vasi. Il vetro poteva essere trasparente oppure colorato con sfumature verdi, azzurre, ambrate, gialle o porpora, a seconda dei minerali utilizzati durante la lavorazione.
La diffusione di questi oggetti anche nelle abitazioni rurali mostra come prodotti un tempo preziosi fossero diventati accessibili a una parte sempre più ampia della popolazione.
Gli oggetti in osso
Nella villa rustica di Santa Venere sono stati rinvenuti alcuni aghi crinali in osso, utilizzati dalle donne romane per raccogliere e fissare i capelli.
Questi piccoli spilloni erano oggetti di uso quotidiano, ma potevano essere anche finemente lavorati. L’osso era un materiale facilmente reperibile e più economico rispetto all’avorio, riservato soprattutto agli oggetti di lusso.
Tra i reperti provenienti da Santa Venere si distingue un prezioso ago crinale con la parte terminale modellata a forma di busto femminile, oggi conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Muro Lucano.
Le stele funerarie
Le stele funerarie erano monumenti destinati a ricordare i defunti e, quando conservate, le iscrizioni permettono di conoscere nomi, età e legami familiari.
Una delle stele, databile al I secolo d.C., (dal Varco di Pietrastretta) presenta un incavo rettangolare destinato all’iscrizione, ormai quasi completamente cancellata dagli agenti atmosferici. È collocata nel cortile di accesso al museo.
Una seconda stele in pietra locale, dalla forma trapezoidale, è esposta sul ballatoio della prima rampa di scale. Il riquadro destinato all’epigrafe appare privo di iscrizione, probabilmente perché l’opera non fu completata.
Gli strumenti del lavoro
Tra i reperti di epoca romana rientrano anche strumenti legati alle attività agricole e produttive, come le macine utilizzate per la lavorazione dei cereali.
Questi oggetti testimoniano il ruolo centrale delle ville rustiche nell’economia del territorio: non semplici abitazioni di campagna, ma veri e propri centri di produzione, organizzati intorno alla coltivazione, all’allevamento e alla trasformazione dei prodotti agricoli.
Le villae costituiscono un elemento fondamentale per le nuove forme di occupazione ed utilizzo delle campagne. Esiste una fitta rete di abitati rurali con diverse tipologie di strutture:
Fattorie e villae rusticae di piccolo dimensioni;
grandi villae fornite di nucleo residenziale, spesso fornite di un impianto termale (a partire dal II sec.d.C.);
vici, agglomerati rurali, comunità simili alle nostra defizione di “Frazione”, connesse a piccole aree cimiteriali, da cui provengono le epigrafi funerari, pertinenti alle élites locali.
La stratificazione sociale si presenta quanto mai ampia, trattandosi sia di genti lucane di lunga presenza sul territorio, che spesso rimandano ai gruppi gentilizi delle età precedenti, ad elementi italici immigrati più di recente dale aree vicine, senza escludere la possibilità di elementi immigrati dall’area romano-laziale.
Si assiste man mano che ci si addentra nella fase tardo-antica, ad una rivitalizzaione della campagna, con la creazione di un sistema fondiario dove i potentiores risiedono proprio nel loro fundus, con le ville che molto spesso assumono il ruolo di veri e propri centri di funzioni amministrative e giudiziarie.
Attualmente sono state rinvenute tre ville rustiche romane nel territorio di Vietri e sono in località di Varco di Pietrastretta, Santa Venere e San Vito.
Le antiche vie della transumanza
La storia della viabilità lucana è legata alla transumanza: lo spostamento stagionale di greggi e mandrie tra i pascoli montani e le pianure. Alla ricerca di erba fresca, pastori e animali percorrevano sentieri battuti fin dalle epoche più antiche.
La conformazione montuosa della Basilicata favorì lo sviluppo dell’allevamento e della pastorizia. Le testimonianze archeologiche attestano queste pratiche già dal Neolitico; in seguito furono consolidate dalle comunità sannitiche e lucane.
La riorganizzazione romana del territorio
Con l’espansione di Roma, vaste aree della Lucania furono trasformate in ager publicus, terre sottoposte al controllo romano. La fondazione della colonia di Venusia, l’attuale Venosa, nel 291 a.C. modificò profondamente l’organizzazione del territorio.
Accanto ai centri urbani si svilupparono insediamenti rurali di diverse dimensioni: ville rustiche, piccoli borghi e villaggi. A Vietri di Potenza, le ville di Valico di Pietrastretta e Santa Venere testimoniano la presenza di grandi proprietà agricole.
Borghi e comunità rurali
Non tutti gli abitanti vivevano nelle città. Nelle aree più lontane dai centri principali nacquero comunità rurali organizzate: il vicus, un piccolo villaggio, e il pagus, un distretto territoriale formato da più insediamenti.
Le grandi strade romane
La viabilità romana della Lucania si sviluppò intorno a tre importanti direttrici:
la via Appia, la celebre Regina Viarum, che collegava Roma con il Mezzogiorno e proseguiva verso Taranto e Brindisi;
la via Herculia, realizzata in età tardoantica per collegare il Sannio e la Lucania;
la via Annia-Popilia, particolarmente importante per il comprensorio del Marmo-Platano e per il territorio di Vietri di Potenza.
Quest’ultima attraversava le aree interne seguendo percorsi leggermente sopraelevati rispetto ai fondovalle, spesso paludosi, e richiese nel tempo numerosi interventi di manutenzione.
Quando si parla di viabilità storica non si può prescindere da quella antica pratica pastorale che era ed è tutt’oggi la “transumanza” e dei suoi percorsi battuti fin dale epoche più remote, con lo spostamento di greggi ed armenti (per lo più bovini, ovine ma anche equini) dalla montagna verso la pianura e poi al contrario durante le varie fasi stagionali, seguendo l’ “erbaggio fresco”.
La conformazione fisica della Lucania si presenta per la gran parte montuosa, soprattutto l’area della Lucania centro-settentrionale, con diverse vette che superano I 1000 metri. La ricchezza di monti e colline ricche di boschi e pascoli è conosciuta fin dall’antichità e le fonti romane sono le prime a parlarne: Calpurnio, nelle sue Egloghe (Libro VII, pag. 7 e sgg.) cita le greggi nella “…. Selva lucana”; Lucillo parla dei “….possenti tori delle montagne lucane” (Libro V, 247) e fra I tanti, citiamo il nostro poeta Orazio che nelle Epodi parla della transumanza riferendosi alle greggi che risalivano dalla Puglia verso I pascoli montani della Lucania.
Prima di queste fonti scritte ci sono le testimonianze archeologiche che attestano fin dal Neolitico la pratica dell’allevamento e pastorizia in vari siti della regione, incrementata dai pastori sanniti poi divenuti lucani.
Con la sconfitta dei Lucani da parte di Roma, vasti territori furono adibiti ad ager publicus.
La creazione della colonia di Venosa, nel 291 a.C., come abbiamo già evidenziato, fu un momento traumatico per l’assetto insediativi preesistente perchà ladeduzione di una colonia prevedeva, insieme all’invio di un contingente di uomini, anche ridistribuzione di lotti di terra ai nuovi arrivati, in relazione alle classi sociali in cui erano iscritti.
Il caso di Venosa è esemplificativo in generale della situazione: in città dovevano abitare solo I ceti dirigenti e quelli ai quali era stati assegnati I terreni vicini al centro rbano; il resto della popolazione abitava in ville rustiche all’interno delle proprie terre e questi insediamenti rurali potevano essere di piccolo, medie e grandi dimensioni, come nel caso delle ville di Vietri di cui, quelle più indagate, come la villa di Valico di Pietrastretta e Santa Venere, costituivano vere e proprie dimore di grandi proprietari terrieri.
Altro aspetto molto importante è la presenza di borghi e villaggi che raggruppavano in comunità rurali chi era impossibilitato a raggiungere I centri abitati più important, perchè troppo distanti. Nacquero così il vicus ed il pagus.
Gli assi portanti della viabilità in età romana erano la via Appia, la via Herculeia e la Via Annia-Popilia.
La prima è stata la più importante strada romana (cosiddetta Regina Viarum), creata dal console Appio Claudio Cieco nel 312 a.C., inizialmente fino a Capua e poi prolungatasi fino a Venosa, per poi inoltrarsi in territorio pungliese (l’antica Apulia), fino a Taranto e Brindisi, per mettere in comunicazione Roma con il versante opposto dell’Adriatico, la Grecia;
la seconda collegava invece il Sannio, l’area più interna dell’attuale Campania, alla Lucania, realizzata alla fine del III sec. a.C. per volere di Diocleziano, e deve il suo nome a Massimiliano Erculio, che ebbe il ruolo di cesare e augusto durabte la Tetrarchia, e collegava il Sannio irpino (e precisamente il vicus di Aequetunum Tuticum)fino alla colonia di Grumentum. Attraversa l’area del fiume Melandro che ripercorre antichi sentieri: il tratto da Potenza a Grumentum passa ad Ovest delle rovine di Satriano e piega a Sud e passando per Brienza raggiunge la Val d’Agri
La terza strada, la via Annia, è quell ache ci interessa di più il territorio di Vietri e più in generale il comprensorio territoriale del Marmo-Platano. Probabilmente era in terra battuta per il suo carattere di collegamento con l’interno della Lucania, leggermente sopraelevata rispetto al fondovalle paludoso ed infatti ha avuto bisogno di numerosi lavori di ripristino, come ricordano le epigrafi ad imperatori come Diocleziano, Massimino ed altri.
Le villae costituiscono un elemento fondamentale per le nuove forme di occupazione ed utilizzo delle campagne. Esiste una fitta rete di abitati rurali con diverse tipologie di strutture:
La stratificazione sociale si presenta quanto mai ampia, trattandosi sia di genti lucane di lunga presenza sul territorio, che spesso rimandano ai gruppi gentilizi delle età precedenti, sia ad elementi italici immigrati più di recente dalle aree vicine, senza escludere la possibilità di elementi immigrati dall’area romano-laziale.
Si assiste man mano che ci si addentra nella fase tardo-antica, ad una rivitalizzaione della campagna, con la creazione di un sistema fondiario dove i potentiores risiedono proprio nel loro fundus, con le ville che molto spesso assumono il ruolo di veri e propri centri di funzioni amministrative e giudiziarie.
Attualmente sono state rinvenute tre ville rustiche romane nel territorio di Vietri di Potenza e sono in località di Varco di Pietrastretta, Santa Venere e San Vito.
La storia della viabilità lucana è legata alla transumanza: lo spostamento stagionale di greggi e mandrie tra i pascoli montani e le pianure. Alla ricerca di erba fresca, pastori e animali percorrevano sentieri battuti fin dalle epoche più antiche.
La conformazione montuosa della Basilicata favorì lo sviluppo dell’allevamento e della pastorizia. Le testimonianze archeologiche attestano queste pratiche già dal Neolitico; in seguito furono consolidate dalle comunità sannitiche e lucane.
Con l’espansione di Roma, vaste aree della Lucania furono trasformate in ager publicus, terre sottoposte al controllo romano. La fondazione della colonia di Venusia, l’attuale Venosa, nel 291 a.C. modificò profondamente l’organizzazione del territorio.
Accanto ai centri urbani si svilupparono insediamenti rurali di diverse dimensioni: ville rustiche, piccoli borghi e villaggi.
A Vietri di Potenza, le ville di Valico di Pietrastretta e Santa Venere testimoniano la presenza di grandi proprietà agricole.
Non tutti gli abitanti vivevano nelle città. Nelle aree più lontane dai centri principali nacquero comunità rurali organizzate: il vicus, un piccolo villaggio, e il pagus, un distretto territoriale formato da più insediamenti.
La viabilità romana della Lucania si sviluppò intorno a tre importanti direttrici:
la Via Appia, la celebre Regina Viarum, che collegava Roma con il Mezzogiorno e proseguiva verso Taranto e Brindisi;
la Via Herculia, realizzata in età tardoantica per collegare il Sannio e la Lucania;
la Via Annia-Popilia, particolarmente importante per il comprensorio del Marmo-Platano e per il territorio di Vietri di Potenza.
Quest’ultima attraversava le aree interne seguendo percorsi leggermente sopraelevati rispetto ai fondovalle, spesso paludosi, e richiese nel tempo numerosi interventi di manutenzione.
Il vetro romano incolore si otteneva aggiungendo antimonio o ossido di manganese, che ossidavano l’ossido di ferro(II) a ferro(III), colorante molto più debole. Questa invenzione romana garantiva un vetro limpido e puro, diffuso soprattutto nell’Italia e nel nord Europa fino al III secolo.

Il vetro romano colore porpora era ottenuto aggiungendo manganese (circa il 3%) sotto forma di pirolusite (MnO2).

Il vetro romano color ambra prendeva il colore dai composti di ferro e zolfo. Lo zolfo, probabilmente contaminava il natron e contribuiva a formare composti ferro-sdiforici che generavano la caratteristica tonalità ambra.

Il vetro romano colore blu-verde era dato dall'aggiunta di rame, derivato dal recupero di ossido di rame da scarti di metallo riscaldati. Questo processo produceva un vetro traslucido che andava verso tonalità più scure e intense di verde.

Il vetro romano di colore verde scuro veniva ottenuto aggiungendo piombo al vetro già colorato di verde (dal rame), intensificando così la tonalità. Aggiungendo cobalto invece si aveva un intensa colorazione blu del vetro romano.

Il vetro romano di colore bianco si otteneva grazie all'antimonio (Sb), che reagiva con la calce presente nella matrice del vetro. Questo processo faceva precipitare cristalli di antimonite di calcio, creando un caratteristico bianco opaco.

Il vetro romano di colore giallo nell'antica Roma era creato dalla precipitazione di piombo piroantimoniato (Pb2Sb2O7), un composto opaco. Sebbene raro come colore singolo, veniva spesso usato nei mosaici e nei pezzi policromi per la sua vivida tonalità